di Antonio Bavusi
Amaro. Viene così definito il petrolio che presenta un alto contenuto di zolfo ed altre sostanze quali i solfati ed i disolfiti. Il petrolio, dopo l’estrazione, richiede una prima purificazione presso il centro oli con particolari processi di idro-desulfurizzazione. Lo scopo del processo chimico è quello di rendere il greggio meno melmoso e quindi adatto al trasporto negli oleodotti, eliminando le sostanze corrosive come l’idrogeno solforato o acido solfidrico (formula chimica H2S), responsabile della rottura dei tubi.
Il petrolio estratto dall’ENI in Val d’Agri ed in misura maggiore quello che estratto dalla Total nella Valle del Sauro-Camastra, contiene percentuali elevate di zolfo che richiedono un pre-trattamento, prima di essere convogliato nell’oleodotto principale Viggiano-Taranto. Sui danni alla salute umana causati dall’idrogeno solforato si sofferma un documento prodotto dai professori Maria Rita D’Orsogna e Thomas Chou docenti rispettivamente del “Department of Mathematics, California State University al Northrige, Los Angeles” e del “ department of Biomathematics della D.Geffen School of Medicine, University of California, Los Angeles”. Il rapporto redatto dai due professori statunitensi si propone di illustrare ad un pubblico non specializzato gli effetti sulla salute del H2S, un sottoprodotto del processo di idro-desulfurizzazione del petrolio, anche alla luce dei progetti ENI ad Ortona, in Abruzzo, ove è prevista la realizzazione di un Centro Oli simile a quello di Viggiano in Basilicata. L’evidenza medico scientifica – scrivono i professori – mostra come anche un contatto quotidiano con basse dosi di H2S dell’ordine di grandezza delle normali immissioni nell’atmosfera da un centro idro-desulfurizzazione (ndr.come quello di Viggiano), possa essere ad alta tossicità sia per la salute umana che per quella animale e vegetale.
L’H2S, classificato ad alte concentrazioni come veleno, a basse dosi può causare infatti danni irreversibili e disturbi neurologici, respiratori, motori, cardiaci e potrebbe essere collegato ad una maggiore incorrenza di aborti spontanei nelle donne stimolando la comparsa di tumori. E’ un gas incolore, facilmente infiammabile, tossico poichè impedisce all’ossigeno di arrivare alle cellule, di odore sgadevole. E’ inoltre fortemente inquinante e può essere assorbito dall’uomo tramite la respirazione, la digestione ed il contatto con la pelle e le mucose. Le conclusioni del rapporto si basano su una serie di dati scientifici e documentate osservazioni effettuate in località in varie parti del mondo interessate dall’estrazione e dal trattamento del petrolio. Tramite varie reazioni chimiche esso si trasforma in SO2, diossido di zolfo, che è anch’esso un inquinante ambientale. Presso il Centro Oli viene trasformato in zolfo tramite un complesso sistema di separazione noto come “processo Claus”. Perdite, residui ed emissioni nell’ambiente sono inevitabili nei processi che riguardano il petrolio. I cosiddetti “tail gasses”, ovvero i gas residuali sono carichi di residui di H2S che – secondo lo studio - vengono immessi in un inceneritore (la fiamma del centro oli dovrebbe bruciarli) e da qui dispersi nell’atmosfera. “il gran numero di brevetti rilasciati di recente- è scritto nel rapporto – riguardo a nuove tecniche che cercano di innalzare la soglia di recupero dell’H2S, è una prova del fatto che il problema di un totale e corretto smaltimento dell’idrogeno solforato è ancora irrisolto”. A partire dal pozzo, durante il trasporto negli oleodotti di collegamento con il centro oli e lungo l’oleodotto Viggiano-Taranto, l’idrogeno solforato potrebbe inquinare non solo l’area ma anche il suolo e l’acqua entrando in modo subdolo ed inesorabile nei cicli biologici umani.
Lo studio riporta anche incidenti documentati dal WWF che hanno riguardato alcuni pozzi in Basilicata (well blowouts) come quelli di Policoro, Monte Foy e Monte Alpi 1 con due incidenti rilevanti nel 2002 e nel 2005 che hanno riguardato il Centro Oli di Viggiano che costrinsero l'ex presidente della Regione ad emettere ordinanze urgenti di sospensione dell'attività del centro oli di Viggiano che però prosegui, nonostante tutto, così come evidenziato dal Dossier del WWF.
Incidenti gravissimi, sui quali non sono stati mai forniti i dati relativi all’emissione dell’H2S denotando insufficienti azioni di monitoraggio ambientale, prevenzione del rischio e screening medici costanti sulla popolazione residente che, come quella residente in prossimità del centro oli di Viggiano, ha presentato diversi esposti alla Magistratura sfociati in un processo tutt’ora in corso contro dirigenti dell’ENI. La possibilità di venire in contatto con il micidiale idrogeno solforato – è scritto nel rapporto - aumenta notevolmente per le popolazioni in vicinanza dei centri di lavorazione del petrolio. Tutt’oggi sorprende constatare come manchino dati ufficiali di rilevazione dell’H2S in Basilicata ed in Val d’Agri. Nelle vicinanze di centri di lavorazione del petrolio, fra cui impianti di idro-desulfurizzazione (centro oli) i livelli di H2S possono essere dunque 300 volte maggiori che in una normale città del mondo occidentale. Le centraline di monitoraggio, sia pubbliche sia dell’ENI presenti in Val d’Agri e nei pressi del centro oli di Viggiano, diffondono esclusivamente i dati relativi ad alcuni parametri. Ma non quelli relativi all’idrogeno solforato che non si conosce se vengano o meno rilevati e da chi. Non è un caso che l’Organizzazione Mondiale della Sanità consigli di fissare il limite di H2S a 0,005 ppm (parti per milione). Negli Stati Uniti il Governo Federale raccomanda un limite di 0,001 ppm con limiti differenti fissati da Stato a Stato (es. California=0,002 ppm, Massachussetts= 0,006) mentre in Italia il limite massimo di H2S, secondo il decreto ministeriale del 12 luglio 1990, è di 10 ppm, quando è ormai noto in letteratura medica – dichiara la prof.ssa Maria Rita D’Orsogna – questo valore è non solo “diecimila volte” più alto dei valori consigliati dall’OMS già applicati negli USA, ma causa danni irreversibili alla salute umana.
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venerdì 28 novembre 2008
giovedì 27 novembre 2008
La corsa del petrolio mette in luce le paure delle regioni italiane
di Guy Dinmore
Aridi deserti nascondono il patrimonio petrolifero del Medio Oriente, distese ghiacciate coprono quello della Russia. Sfortunatamente per gli abitanti della Basilicata, il giacimento petrolifero sulla terraferma più grande d'Europa giace sotto foreste, terreni agricoli e antiche comunità.
Lupi, cervi e a volte orsi vagano tra le montagne diventate parco nazionale, dove il rumore degli impianti petroliferi sale tra le cime degli alberi in stridente contrasto. Canali scavati tra querce e faggi portano gli oleodotti fino al complesso di Viggiano, dove i gas vengono separati e il greggio trasportato per altri 130 Km fino a una raffineria. L'odore di zolfo si fa strada fino ai paesi di origine medievale sulle colline, dove le finestre con le serrande abbassate e i muri fatiscenti sono la testimonianza di una popolazione in fuga. Non sorprende che gli ambientalisti e i residenti siano preoccupati per il progetto delle compagnie petrolifere -Eni, Total, Shell e Esso- di raddoppiare la produzione ricavata da un'area altamente redditizia e di arrivare a coprire il 10% del fabbisogno totale italiano nel giro di qualche anno.
Gli attivisti si sono duramente battuti per 15 anni per far istituire un parco nazionale nella zona della Val d'Agri. La legge è finalmente entrata in vigore lo scorso marzo, vietando così l'estrazione mineraria. Nel frattempo Eni, il gigante dell'energia in parte di proprietà dello Stato, ha già costruito una mezza dozzina di teste di pozzo all'interno del parco e in numero maggiore al di fuori. Le preoccupazioni sono aumentate questo mese quando Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'ambiente ed industriale, ha scartato la scelta del guardiano del parco fatta dall'amministrazione regionale e ha nominato un commissario di sua scelta. Il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi sta inoltre preparando una legge che toglierebbe alle regioni come la Basilicata il diritto di veto sui progetti per la costruzione di infrastrutture. L'obiettivo è quello di porre rimedio alla reputazione italiana da "non nel mio giardino" nei confronti degli investitori stranieri.
"Non possiamo rimanere bloccati per anni, aspettando un'approvazione che potrebbe non arrivare," dice Claudio Descalzi, presidente di Assomineraria, un'associazione di compagnie petrolifere e minerarie. L'industria vuole che la trafila per ottenere le autorizzazioni sia chiara e breve, continua Descalzi, che è anche Direttore Generale della Divisione Esplorazione e Produzione di Eni. Il vento ha cominciato a girare dalla parte dei grandi progetti industriali quando (il partito dei) i Verdi, i cui membri erano delle figure chiave all'interno del precedente governo di centro-sinistra e che erano accusati di bloccare la maggior parte dei progetti, sono stati sconfitti alle elezioni dello scorso aprile. I politici locali sono per la maggior parte favorevoli ai progetti di espansione. Chi è contrario afferma invece che la loro coscienza è stata zittita da consistenti percentuali sugli utili elargite da Eni. Se da una parte costituisce un introito per le regioni povere, dall'altra il denaro dà luogo al "clientelismo" [in italiano nel testo, N.d.T.] - raccomandazioni di politici - e non è sempre ben speso.
Nonostante le promesse di posti di lavoro e di investimenti, il paese di Grumento Nova ha perso un quarto dei suoi abitanti. La gente del posto indica come causa della migrazione l'inquinamento prodotto dal vicino complesso di Viggiano e la mancanza di lavoro. Pino Enrico Laveglia, il medico locale, sta facendo causa a Eni per quello che ritiene essere un significativo aumento del numero di infezioni alle vie respiratorie e di tumori causati dall'inquinamento. "L'arrivo di questi signori ha portato a un disastro ambientale", dice. "Una volta qui non c'era la nebbia. Adesso c'è della polvere azzurrognola e non viene dalle fate dei boschi." Ma non ha speranze di vincere la causa e dice che la gente è troppo remissiva e divisa da vecchie diatribe per protestare. Le persone del posto tendono a raccontare la stessa storia – i giovani se ne vanno in cerca di lavoro, sindaci corrotti sprecano le percentuali sugli utili e l'inquinamento corrode i pilastri dell'agricoltura e del turismo. Le grandi aspettative create quando la produzione di petrolio è cominciata in maniera significativa circa 10 anni fa non sono state soddisfatte. Pochi ripongono fiducia nel sistema di monitoraggio dell'inquinamento. Sorridendo cupamente dicono che la Basilicata si è "sacrificata" per il resto d'Italia ma che i loro connazionali non lo sanno. Una gallina dalle uova d'oro per le compagnie petrolifere e i governi, l'incremento dell'attività di estrazione sembra inevitabile.
I costi delle attività di Eni ammontano a meno di 2,3 euro al barile, e a circa 6,3 euro compreso l'aumento della produzione. Le royalties pagate alla regione sono stimate al 7% dei prezzi di mercato di cui il 15% va alle amministrazioni locali. Eni afferma che alla fine del 2007 ha speso 368 milioni di euro, con una produzione lorda del valore di 5,2 miliardi di euro circa. Eni, insieme a Shell Italia, produce circa 75.000 barili al giorno in Basilicata. La produzione è destinata ad aumentare fino a 104.000 barili al giorno nel 2010. In un secondo momento, in attesa dell'approvazione ufficiale, ci potrebbe essere un ulteriore aumento di 30.000 barili al giorno. Eni fa sapere che tutti i nuovi pozzi saranno situati al di fuori dei confini del parco nazionale e che il livello di inquinamento è al di sotto (non supera) dei limiti imposti dall'Unione Europea. Le teste di pozzo saranno collocate nel sottosuolo, una volta completate le trivellazioni esploratorie. Total, Shell e Esso hanno anche il permesso di trivellare e di costruire un polo di estrazione, con la possibilità di raggiungere una produzione di 50.000 barili al giorno nel 2011.
In Italia il consumo di petrolio sta lentamente diminuendo ed è sceso fino a raggiungere 1.750.000 barili al giorno nel 2007. Gli studiosi affermano che facendo nascere false speranze e non illustrando le conseguenze, gli affari e i politici hanno creato tra la gente un clima di diffidenza nei confronti delle autorità che durerà per lungo tempo. Il conseguente senso di rimpianto e di sfiducia è difficile da dissipare mediante il dialogo. Ad esempio, gli epidemiologi sostengono che i casi di cancro non possono essere sorti in soli 10 anni a causa dell'industria petrolifera. I sociologi affermano che buona parte del sud Italia vive il fenomeno dell'emigrazione. Giovanni Figliuolo, docente dell'università della Basilicata, ha rivelato che un'accurata ricerca sulla biodiversità condotta sulle attività di Eni ha concluso che l'impatto sulle zone circostanti è stato minimo e che è persino possibile che l'industria dell'energia, con le tecnologie adeguate, abbia un impatto positivo sulla biodiversità della Basilicata. Alla domanda se le ricchezze derivanti dal petrolio siano una benedizione o, come molti affermano, una maledizione, Vito De Filippo, governatore di centro-sinistra della Basilicata che ha appoggiato i progetti di espansione dell'attività petrolifera, ha risposto: "Definirle una maledizione è esagerato. La Basilicata ha dovuto farlo per il bene del paese ma i guadagni e lo sviluppo economico non sono stati quelli che ci aspettavamo."
Intanto una nuova minaccia per questo idillio rurale si profila sotto forma di un progetto per una discarica per le scorie nucleari, necessaria a rilanciare l'industria nucleare italiana. L'intenzione di Roma di privare le regioni della possibilità di veto ne faciliterebbe il processo. "Sarebbe un atto di guerra" dice De Filippo "dovrebbero farlo usando le armi."
Aridi deserti nascondono il patrimonio petrolifero del Medio Oriente, distese ghiacciate coprono quello della Russia. Sfortunatamente per gli abitanti della Basilicata, il giacimento petrolifero sulla terraferma più grande d'Europa giace sotto foreste, terreni agricoli e antiche comunità.
Lupi, cervi e a volte orsi vagano tra le montagne diventate parco nazionale, dove il rumore degli impianti petroliferi sale tra le cime degli alberi in stridente contrasto. Canali scavati tra querce e faggi portano gli oleodotti fino al complesso di Viggiano, dove i gas vengono separati e il greggio trasportato per altri 130 Km fino a una raffineria. L'odore di zolfo si fa strada fino ai paesi di origine medievale sulle colline, dove le finestre con le serrande abbassate e i muri fatiscenti sono la testimonianza di una popolazione in fuga. Non sorprende che gli ambientalisti e i residenti siano preoccupati per il progetto delle compagnie petrolifere -Eni, Total, Shell e Esso- di raddoppiare la produzione ricavata da un'area altamente redditizia e di arrivare a coprire il 10% del fabbisogno totale italiano nel giro di qualche anno.
Gli attivisti si sono duramente battuti per 15 anni per far istituire un parco nazionale nella zona della Val d'Agri. La legge è finalmente entrata in vigore lo scorso marzo, vietando così l'estrazione mineraria. Nel frattempo Eni, il gigante dell'energia in parte di proprietà dello Stato, ha già costruito una mezza dozzina di teste di pozzo all'interno del parco e in numero maggiore al di fuori. Le preoccupazioni sono aumentate questo mese quando Stefania Prestigiacomo, Ministro dell'ambiente ed industriale, ha scartato la scelta del guardiano del parco fatta dall'amministrazione regionale e ha nominato un commissario di sua scelta. Il governo di centro-destra di Silvio Berlusconi sta inoltre preparando una legge che toglierebbe alle regioni come la Basilicata il diritto di veto sui progetti per la costruzione di infrastrutture. L'obiettivo è quello di porre rimedio alla reputazione italiana da "non nel mio giardino" nei confronti degli investitori stranieri.
"Non possiamo rimanere bloccati per anni, aspettando un'approvazione che potrebbe non arrivare," dice Claudio Descalzi, presidente di Assomineraria, un'associazione di compagnie petrolifere e minerarie. L'industria vuole che la trafila per ottenere le autorizzazioni sia chiara e breve, continua Descalzi, che è anche Direttore Generale della Divisione Esplorazione e Produzione di Eni. Il vento ha cominciato a girare dalla parte dei grandi progetti industriali quando (il partito dei) i Verdi, i cui membri erano delle figure chiave all'interno del precedente governo di centro-sinistra e che erano accusati di bloccare la maggior parte dei progetti, sono stati sconfitti alle elezioni dello scorso aprile. I politici locali sono per la maggior parte favorevoli ai progetti di espansione. Chi è contrario afferma invece che la loro coscienza è stata zittita da consistenti percentuali sugli utili elargite da Eni. Se da una parte costituisce un introito per le regioni povere, dall'altra il denaro dà luogo al "clientelismo" [in italiano nel testo, N.d.T.] - raccomandazioni di politici - e non è sempre ben speso.
Nonostante le promesse di posti di lavoro e di investimenti, il paese di Grumento Nova ha perso un quarto dei suoi abitanti. La gente del posto indica come causa della migrazione l'inquinamento prodotto dal vicino complesso di Viggiano e la mancanza di lavoro. Pino Enrico Laveglia, il medico locale, sta facendo causa a Eni per quello che ritiene essere un significativo aumento del numero di infezioni alle vie respiratorie e di tumori causati dall'inquinamento. "L'arrivo di questi signori ha portato a un disastro ambientale", dice. "Una volta qui non c'era la nebbia. Adesso c'è della polvere azzurrognola e non viene dalle fate dei boschi." Ma non ha speranze di vincere la causa e dice che la gente è troppo remissiva e divisa da vecchie diatribe per protestare. Le persone del posto tendono a raccontare la stessa storia – i giovani se ne vanno in cerca di lavoro, sindaci corrotti sprecano le percentuali sugli utili e l'inquinamento corrode i pilastri dell'agricoltura e del turismo. Le grandi aspettative create quando la produzione di petrolio è cominciata in maniera significativa circa 10 anni fa non sono state soddisfatte. Pochi ripongono fiducia nel sistema di monitoraggio dell'inquinamento. Sorridendo cupamente dicono che la Basilicata si è "sacrificata" per il resto d'Italia ma che i loro connazionali non lo sanno. Una gallina dalle uova d'oro per le compagnie petrolifere e i governi, l'incremento dell'attività di estrazione sembra inevitabile.
I costi delle attività di Eni ammontano a meno di 2,3 euro al barile, e a circa 6,3 euro compreso l'aumento della produzione. Le royalties pagate alla regione sono stimate al 7% dei prezzi di mercato di cui il 15% va alle amministrazioni locali. Eni afferma che alla fine del 2007 ha speso 368 milioni di euro, con una produzione lorda del valore di 5,2 miliardi di euro circa. Eni, insieme a Shell Italia, produce circa 75.000 barili al giorno in Basilicata. La produzione è destinata ad aumentare fino a 104.000 barili al giorno nel 2010. In un secondo momento, in attesa dell'approvazione ufficiale, ci potrebbe essere un ulteriore aumento di 30.000 barili al giorno. Eni fa sapere che tutti i nuovi pozzi saranno situati al di fuori dei confini del parco nazionale e che il livello di inquinamento è al di sotto (non supera) dei limiti imposti dall'Unione Europea. Le teste di pozzo saranno collocate nel sottosuolo, una volta completate le trivellazioni esploratorie. Total, Shell e Esso hanno anche il permesso di trivellare e di costruire un polo di estrazione, con la possibilità di raggiungere una produzione di 50.000 barili al giorno nel 2011.
In Italia il consumo di petrolio sta lentamente diminuendo ed è sceso fino a raggiungere 1.750.000 barili al giorno nel 2007. Gli studiosi affermano che facendo nascere false speranze e non illustrando le conseguenze, gli affari e i politici hanno creato tra la gente un clima di diffidenza nei confronti delle autorità che durerà per lungo tempo. Il conseguente senso di rimpianto e di sfiducia è difficile da dissipare mediante il dialogo. Ad esempio, gli epidemiologi sostengono che i casi di cancro non possono essere sorti in soli 10 anni a causa dell'industria petrolifera. I sociologi affermano che buona parte del sud Italia vive il fenomeno dell'emigrazione. Giovanni Figliuolo, docente dell'università della Basilicata, ha rivelato che un'accurata ricerca sulla biodiversità condotta sulle attività di Eni ha concluso che l'impatto sulle zone circostanti è stato minimo e che è persino possibile che l'industria dell'energia, con le tecnologie adeguate, abbia un impatto positivo sulla biodiversità della Basilicata. Alla domanda se le ricchezze derivanti dal petrolio siano una benedizione o, come molti affermano, una maledizione, Vito De Filippo, governatore di centro-sinistra della Basilicata che ha appoggiato i progetti di espansione dell'attività petrolifera, ha risposto: "Definirle una maledizione è esagerato. La Basilicata ha dovuto farlo per il bene del paese ma i guadagni e lo sviluppo economico non sono stati quelli che ci aspettavamo."
Intanto una nuova minaccia per questo idillio rurale si profila sotto forma di un progetto per una discarica per le scorie nucleari, necessaria a rilanciare l'industria nucleare italiana. L'intenzione di Roma di privare le regioni della possibilità di veto ne faciliterebbe il processo. "Sarebbe un atto di guerra" dice De Filippo "dovrebbero farlo usando le armi."
lunedì 20 ottobre 2008
L'ipoteca dei cent'anni
di Pietro Dommarco
”Abbagliata da tali e tante meravigliose invenzioni, la gente di Macondo non sapeva da dove cominciare a sbalordirsi…” (tratto da Cent’anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez)
Quando arrivo a Corleto Perticara, nella Valle dell’Alto Sauro, il vento tira forte. Mi guardo intorno, poi lontano, cercando di scrutare sui crinali vicini qualche pala eolica. Tiro un sospiro di sollievo, non definitivo; mi serve per prendere il coraggio di imboccare la strada che mi porta su in piazza – una delle tante della nostra terra, deserta e malinconica. Poco più di 3.000 anime, un passato da “giubbe rosse” garibaldine ed un presente scontato, sul filo dello spopolamento senza ritorno, ma con una speranza unica che ha il sapore dell’illusione. Mi rivedo nei giovani del paese, dalle facce vive e dagli occhi che nascondono la rassegnazione. Tra la consapevolezza e l’incoscienza sperano nell’ultimo “treno” possibile: la costruzione del Centro Oli, a ridosso dell’abitato. L’estremo tentativo di aggrapparsi ad un territorio sempre più estraneo; l’ultima chiamata occupazionale. Questa è l’aria che tira nel piccolo centro della Valle, in cui il primo cittadino - Pietro Paolo Montano - non ha saputo resistere alle lusinghe del Presidente
della Total - Lionel Levha – cedendo per 99 anni il diritto di superficie per l'utilizzo del sito dove dovrà essere ubicato il Centro. E' proprio questo il nodo cruciale dell'accordo stipulato. La Compagnia dovrà versare nelle casse comunali 1,4 milioni di Euro, per la cessione dei 554.388 metri quadrati (espropriati sia a Comune sia a privati) destinati ad ospitare lo stabilimento. La “pianta benefica capace di dare frutti” – così come sancisce il sindaco - entro un anno dovrà muovere i primi passi ed erogare i primi 30.000 euro.
Siamo in un territorio tra i più depressi e sottosviluppati del Sud Italia, che crede ancora – nonostante l’esempio negativo della Val d’Agri – nello sviluppo del Texas lucano. Succede anche questo, mentre si ipoteca il proprio futuro legandolo a quello del petrolio. Un territorio già consumato, che cambierà faccia, profilo, contorni. Il nucleo centrale del Centro Oli di Corleto Perticara (che il Comune autorizza con Delibera Consiliare n. 16 del 2007) si raggruppa su oltre 19 ettari con impianti necessari per la separazione ed il trattamento degli idrocarburi estratti nell'area della concessione "Gorgoglione" (paese del materano che ne ha dato il nome). Capacità giornaliera di petrolio pari a 50.000 barili convogliati nella condotta Eni Viggiano-Taranto; 250 metri cubi di gas naturale; 267 tonnellate di Gpl stoccate nell'area individuata a Guardia Perticara; 60 tonnellate di zolfo di cui sembrerebbe essere ricco il giacimento.
Qui la presenza della Total, insieme ad ENI e Mobil, risale agli anni ‘80, epoca in cui la società francese riceve dallo Stato Italiano l'autorizzazione per la ricerca petrolifera. Già nel maggio del 1992 la Giunta Regionale della Basilicata, presieduta dall'ex presidente Antonio Boccia, rilascia loro l'autorizzazione alla realizzazione di una discarica di rifiuti petroliferi. In questa discarica vengono smaltiti negli anni i fanghi esausti e i detriti derivanti dal pozzo esplorativo "Tempa Rossa 2", il cui permesso di ricerca viene accordato alla società petrolifera dall'Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e la Geotermia. Siamo in piena concessione petrolifera Gorgoglione, che si presta a diventare sempre più appetibile, allorquando con il Piano Decennale per le Grandi Opere il CIPE stanzia circa 231 milioni di Euro. La grandezza del giacimento viene stimato in circa 420 milioni di barili. Ma, improvvisamente, accade qualcosa. Lo specchietto per le allodole non funziona per tutti. L'ENI rinuncia alla concessione Gorgoglione, cedendo la propria quota alla Total, che oggi ne detiene il 50%. In Consiglio regionale il dibattito si fa frammentato sulla messa in produzione del Centro Olio di Corleto al fine di verificare, attraverso il coinvolgimento delle popolazioni interessate e le istituzioni, l'entità dell'impatto sull'ambiente e sulla salute, oltre che delle attese di sviluppo economico ed occupazionali. Perché l’ENI cede? Tra i possibili motivi sembra esserci stata la non convenienza economica. L’accordo viene giudicato "troppo oneroso", essendo il petrolio estratto di "qualità inferiore a quella della Val d'Agri di circa il 20% in termini di valore", con quantità di greggio e impatto ambientale minori, quindi non compensabili (47 pozzi in Val d'Agri contro i 7 di Tempa Rossa). La Regione, a questo punto, pensa di rendere vita difficile all'ENI per costringerla a sottoscrivere l'accordo destinato però a svanire, mentre il Governo si defila dal ruolo di garante facendo venire meno "l'interesse nazionale" che continua ad essere sbandierato ancora oggi nel successivo accordo del 2006 tra Regione e Total-Esso-Shell. A nulla è servito ritardare le autorizzazioni per la perforazione dei pozzi sul Monte Caperrino con il pretesto dell'istituzione del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese che dal 1996 ha visto la luce soltanto oggi. Il monte Caperrino sembrerebbe essere stato un comodo espediente per ritardare una trattativa che rischia di lasciare a bocca asciutta la Basilicata.
E la Total? Nel 2004, anticipando tutti (Regione compresa), forza i tempi circa la costruzione del Centro Oli. L' annuncio della compagnia francese di voler dare inizio ai lavori "irrita" i lungimiranti amministratori lucani, che chiedono un tavolo di confronto. L'attrazione dell'investimento cresce, e per poter rendere appetibile l'affare bisogna presentarlo come conveniente. E' così che la Giunta Regionale - in un’atmosfera bipartizan da Prima e Terza Repubblica - nel settembre del 2006 autorizza il Presidente della Regione alla stipula dell'accordo, mentre 6 mesi prima aveva già concesso ai francesi, con un unico atto, il parere favorevole alla Compatibilità Ambientale, alla Valutazione d'Incidenza ed all'Autorizzazione Paesaggistica (Delibera n. 622 del 3 marzo 2006) per la messa in produzione di 5 pozzi petroliferi. E' chiaro che, "per mancanza di tempo", tutto è stato concepito, ignorando le preoccupazioni dei cittadini in tema di qualità della vita e preservazione dell'ambiente, senza considerare con puntualità né le previsioni del Piano Paesistico di Area Vasta di Gallipoli Cognato, né le (previsioni) stime dei Piani Integrati Territoriali (PIT), del Piano Operativo Regionale (POR) e del Programma Leader Plus I e II. Indicazioni improntate solo su attività economiche a basso impatto, data la vulnerabilità geologica del territorio ove dovranno sorgere oleodotti, centro olio e deposito Gpl. Ancora una volta, la "politica" del fatto compiuto continua a precludere il diritto di conoscere, partecipare e decidere in modo democratico. Il triplo "salto mortale" dell'autorizzazione ambientale dà via libera alla titolarità della proponente Total Italia S.p.A. che riceve la “cittadinanza onoraria”.
Nella seduta del Consiglio Regionale del 29 Gennaio 2008, giorno della stipula presso il Comune di Corleto della Convenzione per la cessione dei suoli viene data risposta all'interrogazione del consigliere regionale Cosimo Latronico circa le procedure selettive per l'affidamento di servizi di progettazione e realizzazione del Centro Oli, sulle quali veniva fatta rilevare l'assenza del rispetto della "magna carta" dei comportamenti contenenti i criteri di trasparenza, che rischiano di svantaggiare imprese e lavoratori locali a scapito della lealtà della competizione tra i soggetti e per il reclutamento del personale. La discussione viene nuovamente rinviata, nel momento in cui, la Total farà pervenire il quadro analitico degli impegni che, in tema di attività petrolifere, sembrano sempre e mai precedere, le autorizzazioni, inducendo dubbi circa le effettive ricadute delle scelte di sviluppo e quelle occupazionali in Basilicata promesse dalle compagnie petrolifere.
Lascio Corleto Perticara. Mi giro più volte indietro. Il mio sguardo si incrocia con quello di qualche anziano. Di giovani ce ne sono pochi. Forse gli ultimi. Io fra cent’anni non ci sarò. E chissà quanti sopporteranno l’idea di aver ceduto la propria casa.
”Abbagliata da tali e tante meravigliose invenzioni, la gente di Macondo non sapeva da dove cominciare a sbalordirsi…” (tratto da Cent’anni di Solitudine – Gabriel Garcia Marquez)
Quando arrivo a Corleto Perticara, nella Valle dell’Alto Sauro, il vento tira forte. Mi guardo intorno, poi lontano, cercando di scrutare sui crinali vicini qualche pala eolica. Tiro un sospiro di sollievo, non definitivo; mi serve per prendere il coraggio di imboccare la strada che mi porta su in piazza – una delle tante della nostra terra, deserta e malinconica. Poco più di 3.000 anime, un passato da “giubbe rosse” garibaldine ed un presente scontato, sul filo dello spopolamento senza ritorno, ma con una speranza unica che ha il sapore dell’illusione. Mi rivedo nei giovani del paese, dalle facce vive e dagli occhi che nascondono la rassegnazione. Tra la consapevolezza e l’incoscienza sperano nell’ultimo “treno” possibile: la costruzione del Centro Oli, a ridosso dell’abitato. L’estremo tentativo di aggrapparsi ad un territorio sempre più estraneo; l’ultima chiamata occupazionale. Questa è l’aria che tira nel piccolo centro della Valle, in cui il primo cittadino - Pietro Paolo Montano - non ha saputo resistere alle lusinghe del Presidente
della Total - Lionel Levha – cedendo per 99 anni il diritto di superficie per l'utilizzo del sito dove dovrà essere ubicato il Centro. E' proprio questo il nodo cruciale dell'accordo stipulato. La Compagnia dovrà versare nelle casse comunali 1,4 milioni di Euro, per la cessione dei 554.388 metri quadrati (espropriati sia a Comune sia a privati) destinati ad ospitare lo stabilimento. La “pianta benefica capace di dare frutti” – così come sancisce il sindaco - entro un anno dovrà muovere i primi passi ed erogare i primi 30.000 euro.
Siamo in un territorio tra i più depressi e sottosviluppati del Sud Italia, che crede ancora – nonostante l’esempio negativo della Val d’Agri – nello sviluppo del Texas lucano. Succede anche questo, mentre si ipoteca il proprio futuro legandolo a quello del petrolio. Un territorio già consumato, che cambierà faccia, profilo, contorni. Il nucleo centrale del Centro Oli di Corleto Perticara (che il Comune autorizza con Delibera Consiliare n. 16 del 2007) si raggruppa su oltre 19 ettari con impianti necessari per la separazione ed il trattamento degli idrocarburi estratti nell'area della concessione "Gorgoglione" (paese del materano che ne ha dato il nome). Capacità giornaliera di petrolio pari a 50.000 barili convogliati nella condotta Eni Viggiano-Taranto; 250 metri cubi di gas naturale; 267 tonnellate di Gpl stoccate nell'area individuata a Guardia Perticara; 60 tonnellate di zolfo di cui sembrerebbe essere ricco il giacimento.
Qui la presenza della Total, insieme ad ENI e Mobil, risale agli anni ‘80, epoca in cui la società francese riceve dallo Stato Italiano l'autorizzazione per la ricerca petrolifera. Già nel maggio del 1992 la Giunta Regionale della Basilicata, presieduta dall'ex presidente Antonio Boccia, rilascia loro l'autorizzazione alla realizzazione di una discarica di rifiuti petroliferi. In questa discarica vengono smaltiti negli anni i fanghi esausti e i detriti derivanti dal pozzo esplorativo "Tempa Rossa 2", il cui permesso di ricerca viene accordato alla società petrolifera dall'Ufficio Nazionale Minerario per gli Idrocarburi e la Geotermia. Siamo in piena concessione petrolifera Gorgoglione, che si presta a diventare sempre più appetibile, allorquando con il Piano Decennale per le Grandi Opere il CIPE stanzia circa 231 milioni di Euro. La grandezza del giacimento viene stimato in circa 420 milioni di barili. Ma, improvvisamente, accade qualcosa. Lo specchietto per le allodole non funziona per tutti. L'ENI rinuncia alla concessione Gorgoglione, cedendo la propria quota alla Total, che oggi ne detiene il 50%. In Consiglio regionale il dibattito si fa frammentato sulla messa in produzione del Centro Olio di Corleto al fine di verificare, attraverso il coinvolgimento delle popolazioni interessate e le istituzioni, l'entità dell'impatto sull'ambiente e sulla salute, oltre che delle attese di sviluppo economico ed occupazionali. Perché l’ENI cede? Tra i possibili motivi sembra esserci stata la non convenienza economica. L’accordo viene giudicato "troppo oneroso", essendo il petrolio estratto di "qualità inferiore a quella della Val d'Agri di circa il 20% in termini di valore", con quantità di greggio e impatto ambientale minori, quindi non compensabili (47 pozzi in Val d'Agri contro i 7 di Tempa Rossa). La Regione, a questo punto, pensa di rendere vita difficile all'ENI per costringerla a sottoscrivere l'accordo destinato però a svanire, mentre il Governo si defila dal ruolo di garante facendo venire meno "l'interesse nazionale" che continua ad essere sbandierato ancora oggi nel successivo accordo del 2006 tra Regione e Total-Esso-Shell. A nulla è servito ritardare le autorizzazioni per la perforazione dei pozzi sul Monte Caperrino con il pretesto dell'istituzione del Parco Nazionale Appennino Lucano Val d'Agri Lagonegrese che dal 1996 ha visto la luce soltanto oggi. Il monte Caperrino sembrerebbe essere stato un comodo espediente per ritardare una trattativa che rischia di lasciare a bocca asciutta la Basilicata.
E la Total? Nel 2004, anticipando tutti (Regione compresa), forza i tempi circa la costruzione del Centro Oli. L' annuncio della compagnia francese di voler dare inizio ai lavori "irrita" i lungimiranti amministratori lucani, che chiedono un tavolo di confronto. L'attrazione dell'investimento cresce, e per poter rendere appetibile l'affare bisogna presentarlo come conveniente. E' così che la Giunta Regionale - in un’atmosfera bipartizan da Prima e Terza Repubblica - nel settembre del 2006 autorizza il Presidente della Regione alla stipula dell'accordo, mentre 6 mesi prima aveva già concesso ai francesi, con un unico atto, il parere favorevole alla Compatibilità Ambientale, alla Valutazione d'Incidenza ed all'Autorizzazione Paesaggistica (Delibera n. 622 del 3 marzo 2006) per la messa in produzione di 5 pozzi petroliferi. E' chiaro che, "per mancanza di tempo", tutto è stato concepito, ignorando le preoccupazioni dei cittadini in tema di qualità della vita e preservazione dell'ambiente, senza considerare con puntualità né le previsioni del Piano Paesistico di Area Vasta di Gallipoli Cognato, né le (previsioni) stime dei Piani Integrati Territoriali (PIT), del Piano Operativo Regionale (POR) e del Programma Leader Plus I e II. Indicazioni improntate solo su attività economiche a basso impatto, data la vulnerabilità geologica del territorio ove dovranno sorgere oleodotti, centro olio e deposito Gpl. Ancora una volta, la "politica" del fatto compiuto continua a precludere il diritto di conoscere, partecipare e decidere in modo democratico. Il triplo "salto mortale" dell'autorizzazione ambientale dà via libera alla titolarità della proponente Total Italia S.p.A. che riceve la “cittadinanza onoraria”.
Nella seduta del Consiglio Regionale del 29 Gennaio 2008, giorno della stipula presso il Comune di Corleto della Convenzione per la cessione dei suoli viene data risposta all'interrogazione del consigliere regionale Cosimo Latronico circa le procedure selettive per l'affidamento di servizi di progettazione e realizzazione del Centro Oli, sulle quali veniva fatta rilevare l'assenza del rispetto della "magna carta" dei comportamenti contenenti i criteri di trasparenza, che rischiano di svantaggiare imprese e lavoratori locali a scapito della lealtà della competizione tra i soggetti e per il reclutamento del personale. La discussione viene nuovamente rinviata, nel momento in cui, la Total farà pervenire il quadro analitico degli impegni che, in tema di attività petrolifere, sembrano sempre e mai precedere, le autorizzazioni, inducendo dubbi circa le effettive ricadute delle scelte di sviluppo e quelle occupazionali in Basilicata promesse dalle compagnie petrolifere.
Lascio Corleto Perticara. Mi giro più volte indietro. Il mio sguardo si incrocia con quello di qualche anziano. Di giovani ce ne sono pochi. Forse gli ultimi. Io fra cent’anni non ci sarò. E chissà quanti sopporteranno l’idea di aver ceduto la propria casa.
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